Il sapore del sapere fiabesco
di Corneliu Horia Cicortaş
“C’era una volta…”, così iniziano le fiabe, proiettandoci in un tempo tanto lontano quanto, soprattutto, indefinito. Nella tradizione popolare romena, l’incipit delle fiabe sembra sottolineare ancora di più il carattere a-storico e fantastico delle vicende che stanno per essere narrate: A fost odată ca niciodată, ovvero “C’era una volta come nessuna volta”. A differenza della leggenda, infatti, la fiaba non racconta fatti storici o riconducibili a luoghi geografici specifici. Anche quando parla, ad esempio, del “re della Spagna”, essa non indica questo o quel re spagnolo storicamente esistito, ma un possibile re, che non è meno reale di quelli studiati sui manuali della storia spagnola! Racconto fantastico dunque, di origine popolare, la fiaba si rivolge in genere ai più piccoli; come genere letterario, si distingue dalla favola, la quale è un racconto piuttosto allegorico e moralistico, con personaggi tratti dal mondo animale.
È molto vario il contenuto tematico delle fiabe, ma comune il loro messaggio: il bene trionfa sul male, i “cattivi” vengono puniti e i “buoni” premiati; dunque, le fiabe offrono la promessa di un lieto fine infondendo sentimenti di fiducia e di speranza per il futuro. Del resto, la funzione primaria delle fiabe è una iniziatica, perché preparano ad affrontare e a superare le prove della vita umana. Nate in epoca preistorica, in contesti magici e rituali legati ai riti di passaggio dall’infanzia alla vita autonoma di un “adulto”, le fiabe continuano a conservare tutt’oggi questo ruolo iniziatico per i bambini, nonostante l’allontanamento progressivo della società moderna da quell’universo tradizionale (troppo spesso, in passato, liquidato come “primitivo” o “pre-civilizzato) che le aveva generate, custodite e trasmesse, soprattutto per via orale. È vero, le fiabe circolano da alcuni secoli in forma cartacea, come tanti altri libri stampati, e da alcuni anni in ambienti “virtuali” come internet; eppure, a differenza di altri testi che vengono letti per sé, in silenzio, le fiabe di oggi continuano ad essere narrate a voce, soprattutto ai bambini più piccoli e che non hanno ancora scoperto il piacere della lettura. Così, il carattere orale delle fiabe viene conservato anche in una società come quella contemporanea, culturalmente dominata dai mezzi di comunicazione di massa. Da questo punto di vista, le fiabe rappresentano – al pari di certi mestieri oggi in via d’estinzione, come alcune categorie di artigianato – uno dei filoni della tradizione popolare sopravvissuti alla massificazione e all’omologazione della modernità recente (con cui non solo i paesi dell’Occidente, ma anche altre popolazioni del pianeta stanno facendo i conti).
Le fiabe sono presenti, come i miti, in tutte le tradizioni del pianeta, accompagnando altre produzioni del folclore universale (leggende, ballate, poesie, canti, usi e costumi, proverbi ecc.), con le quali si intrecciano. Il patrimonio fiabesco dell’Europa ci è noto nella sua globalità grazie alle raccolte “nazionali” di fiabe pubblicate negli ultimi due secoli nelle varie lingue europee. Attraverso la traduzione delle raccolte, la diffusione delle fiabe ha varcato non solo i confini nazionali ma anche quelli tra i continenti. In questo modo, la lettura delle fiabe è un’occasione anche per l’uomo contemporaneo di entrare in contatto con quella saggezza popolare, arcaica, tramandata nel folclore. L’organizzazione della società moderna occidentale che ci vede coinvolti tutti sembra però allontanarci sempre di più da quel patrimonio folclorico posseduto dai nostri antenati pre-industriali. In particolare, l’industrializzazione e l’urbanizzazione dell’Europa occidentale, dalla Rivoluzione francese in poi, ha messo a dura prova le tradizioni popolari, che sono sopravissute per lo più negli ambienti rurali e contadini.
Nella cultura dell’Europa orientale, invece, il folclore ha continuato ad avere un peso notevole fino ai nostri giorni, per diverse ragioni. Innanzitutto, l’industrializzazione e la modernizzazione sono iniziate qui in ritardo di alcuni secoli rispetto al resto dell’Europa. Fondamentalmente, il Medio Evo si è protratto sia in Russia che nei Balcani fino all’inizio dell’Ottocento; un Medio Evo lunghissimo, contraddistinto dalle frequenti incursioni dei popoli asiatici (tartari, mongoli) e dalla lotta quasi permanente dei popoli cristiani dell’est contro i turchi ottomani, in seguito alla caduta di Costantinopoli. A differenza dell’Europa occidentale – cattolica e protestante – l’Europa orientale aveva ereditato dall’impero bizantino il cristianesimo ortodosso, meno “storico” del cristianesimo occidentale e legato di più alle realtà tradizionali e popolari (comprese quelle “pagane”). Inoltre, la vicinanza geografica dei popoli medio-orientali (arabi, persiani ecc.) ha fatto sì che il folclore dell’Europa orientale costituisse un ponte culturale, una mediazione tra l’Occidente e l’Asia. Così, le fiabe e le favole, i racconti mitici e le epopee storiche, i canti e i rituali hanno rappresentato per secoli non solo una consolazione e un rifugio davanti alle vicende storiche sfavorevoli, ma anche un patrimonio culturale e spirituale fondamentale per l’identità e per l’esistenza storica dei popoli europei.
Per queste ragioni, occorre forse tener presente anche questo patrimonio popolare quando si parla delle “radici culturali dell’Europa”. Naturalmente, queste radici affondano nell’eredità culturale greco-latina e in quella ebraico-cristiana, che hanno preceduto e anticipato i principi illuministici, democratici e liberali cui si ispira la costruzione politica di un’Europa unita. Tuttavia, non possiamo commettere l’errore di confondere l’articolazione politica di un soggetto europeo (che avviene a tavolino), con la cultura europea in generale, che trascende non solo i confini dell’Unione Europea, ma anche quelli dei suoi tre filoni “ufficiali” (classico, cristiano e illuministico). Vi è un’antica tradizione popolare, locale, tellurica, che è fonte di conoscenza e di sapienza. La sapienza, come il sapere, hanno la stessa radice della parola “sapore”. E le fiabe, come il folclore in generale, sono “uno strumento di conoscenza” (per usare un’espressione di Mircea Eliade) nella misura in cui ci fanno “assaporare” le possibilità dell’essere umano di comprendere e di superare la propria condizione esistenziale.
(In “Intanto t’incanto”, quaderno sul Laboratorio sulla fiaba, in occasione della Festa della Toscana 2005).