Proemio
di Francis Tiso

Camminando nella campagna che circonda il piccolo borgo di Colle Croce, ad Isernia, cercavo un po’ di argilla da mescolare con la matrice di liquido acrilico per fare colori per dipingere. Ho trovato in abbondanza della creta grigia. Proseguendo la passeggiata tra le rocce che definiscono il paesaggio del Macerone molisano, ho trovato anche dell’ossido di ferro (rosso), dell’ocra scura e un grigio verde tra le terre boscose e quelle coltivate. Tornato al mio studio, ho iniziato un quadro utilizzando questi colori, un paesaggio dipinto con i colori della sua terra stessa. Le forme paesaggistiche hanno una certa libertà, ma i colori sono più che mai sinceri. Si sa che l’arte non è solo rappresentazione. Il paradosso dell’arte si verifica in quello “spazio” dello spirito umano mescolato con la “polvere” dei colori e con la matrice liquida che funge da “colla” sulla superficie della tela; paradosso, perché né lo spirito né i materiali dominano le forme che si manifestano sulla tela: c’è un “qualcosa” in più, qualcosa che viene incontro alla percezione estetica e che non è programmabile, non dipendendo dal colore, dalla forma o dalla mano del pittore. Si riconosce quando un quadro ha qualcosa di insolito, una scintilla di rivelazione, di magia. Forse questo “qualcosa” si apre all’infinito del titolo del libro di Letteria Giuffrè Pagano.
Ci sono giorni in cui mi alzo col pensiero di mettere affianco, l’uno accanto all’altro, due colori su un pezzo di carta bianca. È un desiderio semplice ma forte, che sorge nella mia immaginazione, là dove non vedo perfettamente la coincidenza dei due colori; vorrei assolutamente vederli insieme, davanti ai miei occhi. Si tratta di un desiderio talmente forte che nessuna volontà sulla terra lo può ostacolare. Possiamo dire che questo desiderio sia un flusso divino che anela a “creare” un insieme di forme e di colori che non si erano ancora manifestati in quel modo? Un movimento divino che vuole rinnovare il mondo, almeno sul piccolo foglio di carta, ora, oggi, in questo momento, anche prima della colazione?
D’estate, nei campi di grano, ai margini dei tratturi, mi sdraio sotto l’ombra di un faggio e contemplo lo scintillio dei colori che balzano tra le spighe e le erbe, quel sorgere del mondo botanico mediterraneo verso il cielo azzurro. I colori sorgono come il corpo che, sepolto nella terra, sorgerà al suono della tromba dell’angelo nell’Ultimo Giorno; il suono della tromba corrisponde forse alla forza che trae vita e colore dalla creta della terra, come quelle crete in cui ho trovato i quattro colori della mia paletta di acrilici. I colori annunciano la risurrezione, svelano la natura primordiale delle cose, risuonano come le parole sonore dell’Apocalisse, l’ultima Parola della Bibbia. Il grande gesuita paleontologo Teilhard de Chardin diceva: “Tutto ciò che sorge converge”. Così anche la creta che “sorge” sulla tela o sulla carta richiama ogni altra creazione, ogni altro impulso verso il Bello, il Buono, il Vero. Anche un mio scarabocchio può far ricordare l’Ultimo Giudizio di Torcello, della Cappella degli Scrovegni, della Cappella Sistina o quello del Signorelli a Orvieto!
Non molto lontano dalla creta di Colle Croce c’è il villaggio di Breccelle, un’altra piccola frazione del territorio isernino. Per dieci anni ho avuto l’incarico di cappellano di Breccelle e, ogni estate, il programma del catechismo del sabato pomeriggio si tramutava in una ricerca artistica e scientifica: il microscopio, il meccano, gli acquerelli, la falegnameria, la calligrafia, la chimica, le calamite, i motori elettrici… un’arnia di fantasia e di scoperte che rimangono per una vita, sia nel cuore dei ragazzi che nella memoria del “professore” – me lo dicono loro per e-mail, a distanza di quindici anni.
In quei pomeriggi estivi stavamo ricreando l’anima umana attraverso l’avventura estatica della scoperta, dal suo sorgere e convergere, in questa follia di esplorazione senza i “criteri” che forse prevalgono in banca, in qualche museo, nelle riviste di “buon gusto” o nelle scuole. Quando ho davanti gli esercizi artistici e contemplativi della Giuffrè e del suo ispiratore, Enrico Baj, mi sento di nuovo tra i ragazzi di Breccelle, assorbiti in uno yoga di creatività, dove lo spirito soffia sulla materia, strofina la carta con il pennello bagnato e i colori esplodono, facendo rinascere l’ universo sotto la mano di un bambino: come fece il soffio divino affinché l’Adamo di creta diventasse l’Adamo spirito vivente.
Nella teologia del popolo santo di Dio, il dono dello Spirito Santo è concesso a tutti nel battesimo e nella cresima: l’afflato divino è quella dimensione che plasma l’uomo per tutta la vita; l’atto artistico, in cui mente occhio e mano collaborano, è una partecipazione nella vita di Dio, la creazione “continua”, un tripudio mistico, un matrimonio eterno – dinamico e crudele e trascendente. Sì, infinito. Trascende il tempo e, nel suo dinamismo danzante, supera la staticità dell’empireo neoplatonico, per rinnovare anche nei nostri tempi questo continente, anzi questo pianeta stanco, vecchio, sfinito. Anche il gioco, con le sue regole di rischio, di confine, della concorrenza amichevole e della delizia della vittoria, entra nella danza trinitaria coinvolgendo l’amato spirito umano, lo spirito del fanciullo che, mentre cresce, (crescendo santo!) non dimentica mai di restare bambino… per non perdere la sua saggia umanità!
Quindi, quel che è sacro nell’arte consiste nella relazionalità, nel “dialogo” dell’atto creativo, evidenziato anche nel dolore, nel fallimento, nel non-comunicare la propria visione, nell’abbandono del progetto personale a favore di qualcun altro… Le “isole” della Giuffrè Pagano suggeriscono sia i limiti del gioco sia il lavoro solitario dell’artista, che cerca la fonte della creatività fino al momento in cui viene scoperto dall’afflato dell’ispirazione, dalla chiamata del vuoto e del buio: così viene alla luce, alla danza. E procede, temendo di mancare quel sospiro rinfrescante del muoversi nello yoga del ballo, perché intuisce (anche da bambino) che la vita è breve.
L’arte – diga di fronte allo tsunami della morte.
L’Apocalisse può anche riferirsi alla redenzione di un’anima sola – si tratta sempre degli stessi mostri, angeli, trombe, piaghe e pestilenze, strilli e urli, della Donna rivestita di Sole, della Città Eletta che scende dal cielo, e così via. Per questo motivo non è affatto strano che i bambini si esprimano con i fantasmi, con le immagini dell’Apocalisse, dei draghi, dei dinosauri, dei demoni, delle gerarchie angeliche. Sanno che vi è quel confine tra luce e tenebre, tra tempo conosciuto e l’eterno sconosciuto, tra il troppo quotidiano e lo “Straniero” per eccellenza. E l’arte ha bisogno di confini, di sfumature, di chiaroscuri; altrimenti, che arte è? Le immagini dei bambini e dei loro genitori (quelli coraggiosi, che hanno rischiato di partecipare a questi laboratori) formano un ritornello cromatico alla grande tradizione dell’arte sacra. Le loro creazioni costituiscono una risposta antifonale alle voci dei grandi; come al basso dell’organo risponde un suono di flauto dolce o di tromba… un suono che personalizza, che rende immaginabile una partecipazione nel dramma cosmico. Oltre alla paura del “Dies Irae” (cor contritum quasi cinis…) c’è la narrativa dell’anima del bambino – né del tutto pura né del tutto semplice – che intuisce qualcosa dell’ironia di tutto questo dramma. Altrimenti, che scugnizzo è?
All’Eremo dei santi Cosma e Damiano a Isernia, durante il periodo festivo, alcune donne e bambini passano la veglia notturna pregando, cantando, giocando e narrando racconti e fiabe nella chiesa ormai abbandonata dalla folla dei pellegrini e dal clero. Talvolta, queste narrative traggono l’ispirazione dagli affreschi sulla vita, il martirio e i miracoli dei due santi medici dipinti sulle pareti della chiesa. Ma in genere gli spunti non sono quelli immaginati dal grande storico can. Vincenzo Ciarlante, che aveva creato nel 1639 il programma iconografico degli affreschi. La narrativa di quegli affreschi ha poco a che fare con l’agiografia. Sono invece le figure strane e marginali, gli animali, i mostri, i demoni e i pagani, che sorgono a vita in queste narrazioni e fiabe inventate dal popolo notturno. Talvolta subentra anche un po’ di patologia: ad esempio, qualcuno è salito su una scala per grattare gli occhi e le ginocchia dei preti pagani e dei demoni raffigurati negli affreschi… Il contrappunto popolare può anche far tremare.
La partecipazione, la narrativa del popolo e dei bambini, il contrappunto tra grande cultura e cultura di villaggio, deve aprire la porta dell’immaginazione alla crescita, all’autoconoscenza, alla fiducia, all’intuito, al senso di comunità che impara a superare (o almeno a dialogare con) gli ostacoli della vita, in una dinamica di morte e di risurrezione: mistero pasquale, sacramento, quel cristianesimo che parla silenziosamente anche oggi, in tempi di indifferenza.
Come progetto comunitario, la creazione di nuovi insiemi di immagini apre il bambino ai rapporti sociali in cui l’arte non emerge come fenomeno nevrotico o di alienazione filosofica dell’individuo, ma come espressione di cultura vivente comunitaria. In questa prospettiva, l’esercizio artistico della Giuffrè Pagano rappresenta una rinascita del vero senso di cultura in quanto progetto comunitario di consapevolezza collettiva, quell’amore che paradossalmente fa distinguere mentre ci unisce… Ci conosciamo a vicenda a partire da quel che creiamo, anche se (e proprio perché) la mano dell’infinito invade il movimento del pennello.
(Testo introduttivo al volume “Dalla polvere all’infinito: omaggio a Enrico Baj” di Letteria Giuffrè Pagano, Morgana edizioni, 2007)