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Venerdi scorso, 27 novembre, presso il Centro per l’Arte Contemporanea Cirri di Pontedera, è stato presentato il volume “Atelier della fiaba” dei Telluris Associati, curato da Grazia Batini.

Primo della neonata collana “Libera Espressione“, il libro raccoglie e documenta i cinque anni (2004-2009) del progetto omonimo di arte e pedagogia dell’infanzia, ideato e realizzato dai Telluris, e promosso dagli Assessorati alla Cultura e alla Pubblica Istruzione del Comune di Pontedera. All’Atelier della Fiaba hanno partecipato complessivamente un migliaio di bambini, oltre ai numerosi insegnanti e genitori coinvolti.

Il progetto, costituito da laboratori guidati da artisti professionisti, ha come scopo principale quello di valorizzare la creatività dei bambini in rapporto al teatro. In particolare, il lavoro di incontro-dialogo con i bambini si è sviluppato a partire dal mondo delle fiabe, che sono state scelte e rese “interattive” per far emergere le potenzialità espressive e creative dei bambini attraverso i vari linguaggi del fare artistico. Da qui, una serie di conseguenze benefiche, di natura pedagogica, sociale e culturale.

Nel suo testo introduttivo “Cambiare noi adulti stando accanto ai bambini”, Daniela Pampaloni (dirigente scolastica, ex-assessore alla Cultura e “musa” istituzionale del Progetto), ha infatti osservato: “Le proposte culturali come L’Atelier della Fiaba che si snodano in attività fra teatro, video, musica e pittura lungo i tracciati di storie fiabesche provenienti dai vari continenti sono una delle risposte culturalmente e didatticamente più adatte per contrastare l’appiattimento dei cervelli dei nostri ragazzi”. Si tratta, in fondo, di  quegli “Stimoli Culturali di Qualità di cui i bambini hanno bisogno per la costruzione del Carattere e della Cultura”.

A presentare il volume nell’incontro col pubblico di Pontedera moderato da Grazia Batini, sono stati alcuni protagonisti del Progetto (e autori di rispettive sezioni nel volume) - Letteria Giuffrè Pagano, Cesare Galli e Joey Vanacore -, preceduti dagli interventi di Liviana Canovai, Assessore in carica alla Pubblica Istruzione del Comune di Pontedera, e di Daniela Pampaloni.

Carlo Fortini/Telluris – Pontedera, 29 nov. 2009

Il sapore del sapere fiabesco

di Corneliu Horia Cicortaş

“C’era una volta…”, così iniziano le fiabe, proiettandoci in un tempo tanto lontano quanto, soprattutto, indefinito. Nella tradizione popolare romena, l’incipit delle fiabe sembra sottolineare ancora di più il carattere a-storico e fantastico delle vicende che stanno per essere narrate: A fost odată ca niciodată, ovvero “C’era una volta come nessuna volta”. A differenza della leggenda, infatti, la fiaba non racconta fatti storici o riconducibili a luoghi geografici specifici. Anche quando parla, ad esempio, del “re della Spagna”, essa non indica questo o quel re spagnolo storicamente esistito, ma un possibile re, che non è meno reale di quelli studiati sui manuali della storia spagnola! Racconto fantastico dunque, di origine popolare, la fiaba si rivolge in genere ai più piccoli; come genere letterario, si distingue dalla favola, la quale è un racconto piuttosto allegorico e moralistico, con personaggi tratti dal mondo animale.

È molto vario il contenuto tematico delle fiabe, ma comune il loro messaggio: il bene trionfa sul male, i “cattivi” vengono puniti e i “buoni” premiati; dunque, le fiabe offrono la promessa di un lieto fine infondendo sentimenti di fiducia e di speranza per il futuro. Del resto, la funzione primaria delle fiabe è una iniziatica, perché preparano ad affrontare e a superare le prove della vita umana. Nate in epoca preistorica, in contesti magici e rituali legati ai riti di passaggio dall’infanzia alla vita autonoma di un “adulto”, le fiabe continuano a conservare tutt’oggi questo ruolo iniziatico per i bambini, nonostante l’allontanamento progressivo della società moderna da quell’universo tradizionale (troppo spesso, in passato, liquidato come “primitivo” o “pre-civilizzato) che le aveva generate, custodite e trasmesse, soprattutto per via orale. È vero, le fiabe circolano da alcuni secoli in forma cartacea, come tanti altri libri stampati, e da alcuni anni in ambienti “virtuali” come internet; eppure, a differenza di altri testi che vengono letti per sé, in silenzio, le fiabe di oggi continuano ad essere narrate a voce, soprattutto ai bambini più piccoli e che non hanno ancora scoperto il piacere della lettura. Così, il carattere orale delle fiabe viene conservato anche in una società come quella contemporanea, culturalmente dominata dai mezzi di comunicazione di massa. Da questo punto di vista, le fiabe rappresentano – al pari di certi mestieri oggi in via d’estinzione, come alcune categorie di artigianato – uno dei filoni della tradizione popolare sopravvissuti alla massificazione e all’omologazione della modernità recente (con cui non solo i paesi dell’Occidente, ma anche altre popolazioni del pianeta stanno facendo i conti).

Le fiabe sono presenti, come i miti, in tutte le tradizioni del pianeta, accompagnando altre produzioni del folclore universale (leggende, ballate, poesie, canti, usi e costumi, proverbi ecc.), con le quali si intrecciano. Il patrimonio fiabesco dell’Europa ci è noto nella sua globalità grazie alle raccolte “nazionali” di fiabe pubblicate negli ultimi due secoli nelle varie lingue europee. Attraverso la traduzione delle raccolte, la diffusione delle fiabe ha varcato non solo i confini nazionali ma anche quelli tra i continenti. In questo modo, la lettura delle fiabe è un’occasione anche per l’uomo contemporaneo di entrare in contatto con quella saggezza popolare, arcaica, tramandata nel folclore. L’organizzazione della società moderna occidentale che ci vede coinvolti tutti sembra però allontanarci sempre di più da quel patrimonio folclorico posseduto dai nostri antenati pre-industriali. In particolare, l’industrializzazione e l’urbanizzazione dell’Europa occidentale, dalla Rivoluzione francese in poi, ha messo a dura prova le tradizioni popolari, che sono sopravissute per lo più negli ambienti rurali e contadini.

Nella cultura dell’Europa orientale, invece, il folclore ha continuato ad avere un peso notevole fino ai nostri giorni, per diverse ragioni. Innanzitutto, l’industrializzazione e la modernizzazione sono iniziate qui in ritardo di alcuni secoli rispetto al resto dell’Europa. Fondamentalmente, il Medio Evo si è protratto sia in Russia che nei Balcani fino all’inizio dell’Ottocento; un Medio Evo lunghissimo, contraddistinto dalle frequenti incursioni dei popoli asiatici (tartari, mongoli) e dalla lotta quasi permanente dei popoli cristiani dell’est contro i turchi ottomani, in seguito alla caduta di Costantinopoli. A differenza dell’Europa occidentale – cattolica e protestante – l’Europa orientale aveva ereditato dall’impero bizantino il cristianesimo ortodosso, meno “storico” del cristianesimo occidentale e legato di più alle realtà tradizionali e popolari (comprese quelle “pagane”). Inoltre, la vicinanza geografica dei popoli medio-orientali (arabi, persiani ecc.) ha fatto sì che il folclore dell’Europa orientale costituisse un ponte culturale, una mediazione tra l’Occidente e l’Asia. Così, le fiabe e le favole, i racconti mitici e le epopee storiche, i canti e i rituali hanno rappresentato per secoli non solo una consolazione e un rifugio davanti alle vicende storiche sfavorevoli, ma anche un patrimonio culturale e spirituale fondamentale per l’identità e per l’esistenza storica dei popoli europei.

Per queste ragioni, occorre forse tener presente anche questo patrimonio popolare quando si parla delle “radici culturali dell’Europa”. Naturalmente, queste radici affondano nell’eredità culturale greco-latina e in quella ebraico-cristiana, che hanno preceduto e anticipato i principi illuministici, democratici e liberali cui si ispira la costruzione politica di un’Europa unita. Tuttavia, non possiamo commettere l’errore di confondere l’articolazione politica di un soggetto europeo (che avviene a tavolino), con la cultura europea in generale, che trascende non solo i confini dell’Unione Europea, ma anche quelli dei suoi tre filoni “ufficiali” (classico, cristiano e illuministico). Vi è un’antica tradizione popolare, locale, tellurica, che è fonte di conoscenza e di sapienza. La sapienza, come il sapere, hanno la stessa radice della parola “sapore”. E le fiabe, come il folclore in generale, sono “uno strumento di conoscenza” (per usare un’espressione di Mircea Eliade) nella misura in cui ci fanno “assaporare” le possibilità dell’essere umano di comprendere e di superare la propria condizione esistenziale.

(In “Intanto t’incanto”, quaderno sul Laboratorio sulla fiaba, in occasione della Festa della Toscana 2005).

Proemio

di Francis Tiso

Camminando nella campagna che circonda il piccolo borgo di Colle Croce, ad Isernia, cercavo un po’ di argilla da mescolare con la matrice di liquido acrilico per fare colori per dipingere. Ho trovato in abbondanza della creta grigia. Proseguendo la passeggiata tra le rocce che definiscono il paesaggio del Macerone molisano, ho trovato anche dell’ossido di ferro (rosso), dell’ocra scura e un grigio verde tra le terre boscose e quelle coltivate. Tornato al mio studio, ho iniziato un quadro utilizzando questi colori, un paesaggio dipinto con i colori della sua terra stessa. Le forme paesaggistiche hanno una certa libertà, ma i colori sono più che mai sinceri. Si sa che l’arte non è solo rappresentazione. Il paradosso dell’arte si verifica in quello “spazio” dello spirito umano mescolato con la “polvere” dei colori e con la matrice liquida che funge da “colla” sulla superficie della tela; paradosso, perché né lo spirito né i materiali dominano le forme che si manifestano sulla tela: c’è un “qualcosa” in più, qualcosa che viene incontro alla percezione estetica e che non è programmabile, non dipendendo dal colore, dalla forma o dalla mano del pittore. Si riconosce quando un quadro ha qualcosa di insolito, una scintilla di rivelazione, di magia. Forse questo “qualcosa” si apre all’infinito del titolo del libro di Letteria Giuffrè Pagano.

Ci sono giorni in cui mi alzo col pensiero di mettere affianco, l’uno accanto all’altro, due colori su un pezzo di carta bianca. È un desiderio semplice ma forte, che sorge nella mia immaginazione, là dove non vedo perfettamente la coincidenza dei due colori; vorrei assolutamente vederli insieme, davanti ai miei occhi. Si tratta di un desiderio talmente forte che nessuna volontà sulla terra lo può ostacolare. Possiamo dire che questo desiderio sia un flusso divino che anela a “creare” un insieme di forme e di colori che non si erano ancora manifestati in quel modo? Un movimento divino che vuole rinnovare il mondo, almeno sul piccolo foglio di carta, ora, oggi, in questo momento, anche prima della colazione?

D’estate, nei campi di grano, ai margini dei tratturi, mi sdraio sotto l’ombra di un faggio e contemplo lo scintillio dei colori che balzano tra le spighe e le erbe, quel sorgere del mondo botanico mediterraneo verso il cielo azzurro. I colori sorgono come il corpo che, sepolto nella terra, sorgerà al suono della tromba dell’angelo nell’Ultimo Giorno; il suono della tromba corrisponde forse alla forza che trae vita e colore dalla creta della terra, come quelle crete in cui ho trovato i quattro colori della mia paletta di acrilici. I colori annunciano la risurrezione, svelano la natura primordiale delle cose, risuonano come le parole sonore dell’Apocalisse, l’ultima Parola della Bibbia. Il grande gesuita paleontologo Teilhard de Chardin diceva: “Tutto ciò che sorge converge”. Così anche la creta che “sorge” sulla tela o sulla carta richiama ogni altra creazione, ogni altro impulso verso il Bello, il Buono, il Vero. Anche un mio scarabocchio può far ricordare l’Ultimo Giudizio di Torcello, della Cappella degli Scrovegni, della Cappella Sistina o quello del Signorelli a Orvieto!

Non molto lontano dalla creta di Colle Croce c’è il villaggio di Breccelle, un’altra piccola frazione del territorio isernino. Per dieci anni ho avuto l’incarico di cappellano di Breccelle e, ogni estate, il programma del catechismo del sabato pomeriggio si tramutava in una ricerca artistica e scientifica: il microscopio, il meccano, gli acquerelli, la falegnameria, la calligrafia, la chimica, le calamite, i motori elettrici… un’arnia di fantasia e di scoperte che rimangono per una vita, sia nel cuore dei ragazzi che nella memoria del “professore” – me lo dicono loro per e-mail, a distanza di quindici anni.

In quei pomeriggi estivi stavamo ricreando l’anima umana attraverso l’avventura estatica della scoperta, dal suo sorgere e convergere, in questa follia di esplorazione senza i “criteri” che forse prevalgono in banca, in qualche museo, nelle riviste di “buon gusto” o nelle scuole. Quando ho davanti gli esercizi artistici e contemplativi della Giuffrè e del suo ispiratore, Enrico Baj, mi sento di nuovo tra i ragazzi di Breccelle, assorbiti in uno yoga di creatività, dove lo spirito soffia sulla materia, strofina la carta con il pennello bagnato e i colori esplodono, facendo rinascere l’ universo sotto la mano di un bambino: come fece il soffio divino affinché l’Adamo di creta diventasse l’Adamo spirito vivente.

Nella teologia del popolo santo di Dio, il dono dello Spirito Santo è concesso a tutti nel battesimo e nella cresima: l’afflato divino è quella dimensione che plasma l’uomo per tutta la vita; l’atto artistico, in cui mente occhio e mano collaborano, è una partecipazione nella vita di Dio, la creazione “continua”, un tripudio mistico, un matrimonio eterno – dinamico e crudele e trascendente. Sì, infinito. Trascende il tempo e, nel suo dinamismo danzante, supera la staticità dell’empireo neoplatonico, per rinnovare anche nei nostri tempi questo continente, anzi questo pianeta stanco, vecchio, sfinito. Anche il gioco, con le sue regole di rischio, di confine, della concorrenza amichevole e della delizia della vittoria, entra nella danza trinitaria coinvolgendo l’amato spirito umano, lo spirito del fanciullo che, mentre cresce, (crescendo santo!) non dimentica mai di restare bambino… per non perdere la sua saggia umanità!

Quindi, quel che è sacro nell’arte consiste nella relazionalità, nel “dialogo” dell’atto creativo, evidenziato anche nel dolore, nel fallimento, nel non-comunicare la propria visione, nell’abbandono del progetto personale a favore di qualcun altro… Le “isole” della Giuffrè Pagano suggeriscono sia i limiti del gioco sia il lavoro solitario dell’artista, che cerca la fonte della creatività fino al momento in cui viene scoperto dall’afflato dell’ispirazione, dalla chiamata del vuoto e del buio: così viene alla luce, alla danza. E procede, temendo di mancare quel sospiro rinfrescante del muoversi nello yoga del ballo, perché intuisce (anche da bambino) che la vita è breve.

L’arte – diga di fronte allo tsunami della morte.

L’Apocalisse può anche riferirsi alla redenzione di un’anima sola – si tratta sempre degli stessi mostri, angeli, trombe, piaghe e pestilenze, strilli e urli, della Donna rivestita di Sole, della Città Eletta che scende dal cielo, e così via. Per questo motivo non è affatto strano che i bambini si esprimano con i fantasmi, con le immagini dell’Apocalisse, dei draghi, dei dinosauri, dei demoni, delle gerarchie angeliche. Sanno che vi è quel confine tra luce e tenebre, tra tempo conosciuto e l’eterno sconosciuto, tra il troppo quotidiano e lo “Straniero” per eccellenza. E l’arte ha bisogno di confini, di sfumature, di chiaroscuri; altrimenti, che arte è? Le immagini dei bambini e dei loro genitori (quelli coraggiosi, che hanno rischiato di partecipare a questi laboratori) formano un ritornello cromatico alla grande tradizione dell’arte sacra. Le loro creazioni costituiscono una risposta antifonale alle voci dei grandi; come al basso dell’organo risponde un suono di flauto dolce o di tromba… un suono che personalizza, che rende immaginabile una partecipazione nel dramma cosmico. Oltre alla paura del “Dies Irae” (cor contritum quasi cinis…) c’è la narrativa dell’anima del bambino – né del tutto pura né del tutto semplice – che intuisce qualcosa dell’ironia di tutto questo dramma. Altrimenti, che scugnizzo è?

All’Eremo dei santi Cosma e Damiano a Isernia, durante il periodo festivo, alcune donne e bambini passano la veglia notturna pregando, cantando, giocando e narrando racconti e fiabe nella chiesa ormai abbandonata dalla folla dei pellegrini e dal clero. Talvolta, queste narrative traggono l’ispirazione dagli affreschi sulla vita, il martirio e i miracoli dei due santi medici dipinti sulle pareti della chiesa. Ma in genere gli spunti non sono quelli immaginati dal grande storico can. Vincenzo Ciarlante, che aveva creato nel 1639 il programma iconografico degli affreschi. La narrativa di quegli affreschi ha poco a che fare con l’agiografia. Sono invece le figure strane e marginali, gli animali, i mostri, i demoni e i pagani, che sorgono a vita in queste narrazioni e fiabe inventate dal popolo notturno. Talvolta subentra anche un po’ di patologia: ad esempio, qualcuno è salito su una scala per grattare gli occhi e le ginocchia dei preti pagani e dei demoni raffigurati negli affreschi… Il contrappunto popolare può anche far tremare.

La partecipazione, la narrativa del popolo e dei bambini, il contrappunto tra grande cultura e cultura di villaggio, deve aprire la porta dell’immaginazione alla crescita, all’autoconoscenza, alla fiducia, all’intuito, al senso di comunità che impara a superare (o almeno a dialogare con) gli ostacoli della vita, in una dinamica di morte e di risurrezione: mistero pasquale, sacramento, quel cristianesimo che parla silenziosamente anche oggi, in tempi di indifferenza.

Come progetto comunitario, la creazione di nuovi insiemi di immagini apre il bambino ai rapporti sociali in cui l’arte non emerge come fenomeno nevrotico o di alienazione filosofica dell’individuo, ma come espressione di cultura vivente comunitaria. In questa prospettiva, l’esercizio artistico della Giuffrè Pagano rappresenta una rinascita del vero senso di cultura in quanto progetto comunitario di consapevolezza collettiva, quell’amore che paradossalmente fa distinguere mentre ci unisce… Ci conosciamo a vicenda a partire da quel che creiamo, anche se (e proprio perché) la mano dell’infinito invade il movimento del pennello.

(Testo introduttivo al volume “Dalla polvere all’infinito: omaggio a Enrico Baj” di Letteria Giuffrè Pagano, Morgana edizioni, 2007)

Qualcosa sulla pittura


di Letteria Giuffrè Pagano


“Non dipingere il visibile, rendere visibile” (Paul Klee)

Non mi chiedo mai “Oggi cosa voglio dipingere?…” Inizio un quadro sporcando la tela con delle macchie di colore, con segni irrazionali. Ho paura e desiderio, è come fare un tuffo in un piccolo mare che ha il colore degli abissi. Che è poi un mare infinito. Improvvisamente un segno mi suggerisce qualcosa, una logica, attraverso la quale posso costruire o piuttosto rendere visibile l’immagine che spinge da dentro e che solo in quel momento intuisco che ci sia, dormiente, da qualche parte. Quest’ immagine, che a volte è solo una forma, è già significante. A tratti compare, poi scompare per riapparire un po’ cambiata: nuova ed insieme tremendamente antica, per me. In seguito può succedere che scopro dell’altro. Accade qualcosa. Allora lascio che il dipinto parli da sé: non cerco di attribuire un significato, ma lo ascolto, lo osservo; a volte parliamo, e per magia scopro che cos’è, chi è, che cosa ha da dire. Quando avviene questo provo qualcosa che è molto simile allo stupore. Ciò è meraviglioso, magico… la magia esiste, chiedetelo ai bambini. C’è un momento in cui l’opera parla da sè, e bisogna stare ad ascoltare. Capire quando un tale momento arriva non è cosa facile ma è essenziale perché è allora che l’opera si impone e prende vita propria, nel medesimo istante però essa è anche molto fragile e l’artista può ucciderla se non riesce a farsi da parte e imparare. Quel che a me interessa è il punto del rovesciamento, la parte più stretta della clessidra, il guanto sfilato al contrario, il momento della trasformazione, quando l’esperienza dal personale si proietta in qualcosa di più vasto. Il quadro è finzione, menzogna… ma può questa menzogna divenire portatrice di verità?Portare alle sue estreme conseguenze l’atto pittorico significa ritrovarne i fondamenti, il punto più lontano verso cui procediamo è il luogo da cui tutto ha avuto inizio. Ho deciso di proporre ai bambini un percorso attraverso la pittura partendo dalla mia esperienza, cercando di eliminare l’aspetto più personale e lavorando nel modo più oggettivo possibile, per vivere un’esperienza, per verificare il mio processo di lavoro e per stupirmi delle potenzialità artistiche e creative del bambino-uomo.

L’atelier del ritratto: una tela bianca. Dei colori. Un bambino. Che cosa può succedere?Ogni territorio di domanda è ricco di sorprese, ogni scoperta è una festa, ogni atto creativo è riflesso lontano della Prima creazione.

L’obiettivo dell’Atelier del ritratto è stato quello di portare il bambino ad esprimere la propria spontanea ed innata tendenza a lasciare segno di sé e di guidare il bambino verso la realizzazione del proprio autoritratto su tela, frutto di un lavoro sull’immaginazione e nel contempo sull’osservazione del reale e del proprio vissuto. Lasciare segno e riconoscersi in esso è già un’operazione ricca di senso, ma i bambini fanno molto di più: compiono operazioni di percezione visiva incredibilmente complesse. Guardare, osservare, agire, giocando secondo le modalità dell’artista, permette al bambino di accrescere le strategie del pensiero creativo e quindi di prendere sicurezza della propria capacità di assimilazione, percezione e trasformazione della realtà. Se succede che un dipinto ha un impatto forte sul sistema nervoso dello spettatore è forse perché fa emergere sensazioni irrazionali o ignote. Forse è perché ri-conosciamo qualcosa o ci ri-conosciamo in qualcosa. Comunque attira la nostra attenzione. A me è successo con alcuni dipinti di questi bambini. Che relazione c’è allora tra l’artista e il bambino?Il processo percettivo e di trasformazione che si sfoga sulla tela è solo artificiale, frutto della tecnica o del caso, della cultura e del tempo, finalizzato ad un risultato più o meno compreso o accettato dal sistema sociale, oppure risponde anche a qualcosa di innato nell’uomo che da sempre non ha fatto altro che trasformare, distruggere, creare? Attorno ad un tema collettivo, ogni bimbo è stato guidato a sviluppare una propria modalità d’espressione, un proprio segno, tant’è vero che in ogni dipinto è molto differente dall’altro. Un laboratorio in cui i bambini hanno giocato a trasformarsi in veri pittori… una bell’avventura!

(in “Un disegno tutto mio” a cura di Sonia Forsi, 2003, Morgana edizioni)

La maestra “buona” e il foglio grande per dipingere

di Letteria Giuffrè Pagano

L’artista è colui che non vede il mondo come qualcosa di già concluso, è colui che fruga nel profondo della vita sotterranea e s’immerge nel divenire stesso delle cose, nella genesi di mondi possibili. Rivisita i luoghi dell’immaginario e porta in superficie, nel mondo del visibile, i movimenti stessi della vita. Quella “sublime inutilità”, come amo definire, di dipingere un quadro è per me un momento di evoluzione e di libertà, un processo vivo e pieno di contraddizioni in cui il conosciuto entra in contatto con ciò che non è comprensibile razionalmente: è qui che tecnica, tradizione e condizionamenti culturali tentano di lasciare al caso la nascita di forme nuove. Lavorare con i bambini è una buona occasione per eludere tutto ciò prima che diventi coscienza rigida e per immergermi in quella concretezza alla quale essi ti costringono.

Avevo cinque anni e frequentavo una scuola dell’infanzia vicino casa. Nella mia classe c’erano due maestre. Una era la “maestra buona”, l’altra “la maestra cattiva“. Ricordo perfettamente che a cinque anni disegnavo spesso, e proprio a quell’età ho guardato per la prima volta la mia mano con l’intenzione di disegnarne esattamente la forma con l’altra. Questo avveniva alla suola dell’infanzia, specialmente dopo il pranzo, un‘ora per me propizia per quel genere di cose. Ma per disegnare avevo bisogno del foglio. Quand’era di turno la “maestra buona” alla mia richiesta ricevevo un bel foglio grande, ma se era la maestra cattiva al di là della cattedra, il foglio veniva piegato in due e lacerato proprio nel mezzo, dove vi era il cuore, ed io ricevevo una delle due parti, ma ai miei occhi quel brandello, quella reliquia, era inutilizzabile. Il disegnare su quel foglio ferito, le cui dimensioni peraltro erano diventate insufficienti, diventava così una sorta di punizione e costrizione, a cui si aggiungeva il fatto che al quel punto era implicito dover fare un “bel” disegno, che giustificasse lo spreco di carta, magari da appendere sul muro della classe. Con questo non voglio esortare gli insegnanti a far scempio delle risorse scolastiche pur di non negare fogli grandi e belli ai bambini o a riportare alla nudità le pareti della scuola, il discorso è ben diverso.

Quando ho incontrato per la prima volta di bambini di Pontedera, nel 2003, tenevo a mente l’immagine delle due maestre. Nella Scuola dell’Infanzia Gandhi ho lavorato per alcuni mesi con il gruppo di quattro anni, volevo farli dipingere su delle tele, fissate su telai di legno, come fanno i grandi, ognuno ne doveva avere una di forma quadrata dove dipingere il proprio ritratto (altro che foglio diviso a metà!). La cosa fondamentale era mantenere la splendida diversità di ognuno, non influenzare ma guidare il processo di realizzazione, non costringere ma invitare ed interessare il bambino, in quel caso l’approvazione del lavoro da parte degli insegnanti ha reso i bambini felici e sicuri. Il percorso artistico si è innestato in quello didattico, e dal vissuto emozionale e percettivo dei bambini sono emerse forme, segni, significati, colori che andavano a costituire l’immagine del sé, quel sé in continuo mutamento ma che è riuscito a farsi strada e a lasciare l’impronta su una tela. Nel vedere dipingere i bambini ho capito come il lavoro per un artista è giocato da una parte nel suo compiersi, dall’altra nel suo assorbire la realtà e filtrarla dalla responsabilità e dal processo intuitivo ed intellettivo. Ho provato a condurre i piccoli nel mondo dell’arte, quello fatto di percezione, e poi sono rimasta a guardare quel gioco di equilibrata e necessaria solitudine. Ognuno ha avuto un modo differente di tenere il pennello, di usare i colori, di mescolarli. Ognuno ha avuto tempi diversi, attenzioni diverse, storie diverse da raccontare. I bambini hanno disegnato i loro sogni notturni, esortati a ritrovare col colore le stesse suggestioni ed atmosfere, poi scarabocchi liberi, il ritratto dal vero della maestra ed il ritratto di sé, ora guardando la propria immagine davanti allo specchio, ora attraverso il ricordo. Hanno usato varie tecniche e si sono divertiti a creare sfumature diverse da quelle offerte dalle case di colori. Credo che un lavoro del genere abbia grandi potenzialità, per i bambini, per gli insegnanti e per gli artisti.

Gli alberi d’ulivo e il mondo delle formiche, le foglie mai una uguale all’altra, il funerale del gatto nero celebrato attraverso un lungo e silente disegno. L’ambiente nel quale si cresce è determinante, gli stimoli o gli impedimenti segnano inevitabilmente il percorso delicato della crescita. E inoltre l’individuo, nei primi venti o trenta anni della sua esistenza, dovrebbe scegliere, descrivendone la traiettoria, il suo posto nel mondo, il suo ruolo nella collettività. E quanto più quest’ultimo e affine alle tendenze e alle inclinazioni personali, tanto più l’individuo sarà libero.

Il soddisfacimento dei bisogni fisici è di fatto la precondizione indispensabile per una buona esistenza, ma ciò di per sé non è abbastanza. Per essere contenti gli uomini dovrebbero avere la possibilità di sviluppare liberamente le proprie facoltà intellettuali e artistiche, nella misura consentita dalle particolari caratteristiche e abilità di ciascuno. (Albert Einstein, 1940)

L’esperienza di Pontedera mi fa ben sperare.

(pubblicato in: Fare formazione, 2, 2004, ed. Del Cerro, pp. 20-25)

Arancione che gira

una faccia appare

baffi e barba marroni

verdi e neri che fanno paura

braccia e gambe di tutti i colori

azzurro e giallo

sembrano laghi e sole

linee piccole

grandi curve spezzate

per disegnare un mondo

Percorso didattico Gioca Baj “per e con” le bambine e i bambini della classe terza della scuola elementare Arcobaleno della pace di La Rotta, Pontedera. Le insegnanti della classe: Castellani Lucia, Ferrini Laura. Pubblicato in “Dalla polvere all’infinito: omaggio a Enrico Baj” di Letteria Giuffrè Pagano, a cura di Alessandra Borsetti Venier, Morgana Edizioni (2007), Collana “Diritto all’arte” promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Pontedera.

Questo che noi raccontiamo è il percorso fatto in classe, prima, durante e dopo il laboratorio organizzato al centro per l’arte Otello Cirri. Il Gioca Baj ci ha infatti dato la possibilità di riscoprire gli intrecci tra manualità, materiali e colori, tutto attraverso il gioco: prendere un oggetto, estraniarlo dal suo uso comune, modificarlo con la fantasia, reinterpretare il mondo circostante liberandolo dagli stereotipi e sviluppare la creatività, questi gli obiettivi di questa esperienza. Qui di seguito riportiamo le tappe di questo cammino, in corsivo la voce dei bambini. Giochiamo con gli oggetti: guarda nel tuo zaino, scegli un oggetto, osservalo bene, gioca con la fantasia, che cosa può diventare?

Un floppy? Un quadro tutto nero. Un diario? Una cassetta per andare al mercato. Un quaderno blu? Il mare. Un foglio di carta lucida? L’aria, perché è così trasparente! Un cd a righe? Una zebra. Il diario? Un tetto. Una bottiglia? L’acquedotto o una torre, se pende quella di Pisa. Un blocchetto giallo? Il becco di un papero.

Leggiamo il libro del Gioca Baj, quanti materiali! Portiamone a scuola un po’. E così con carta, pezzi di legno, fili, spaghi, stoffa, viti e bulloni, ma anche oggetti del mondo contemporaneo come pezzi di computer, floppy e cd, possiamo inventare itinerari fantastici e lasciare in un quadro la traccia di questo viaggio; ed ecco apparire : Nuvola in testa; Baffi neri e fili dorati; Scarpette azzurre, Manico di ombrello in nero. Maschere tribali all’Otello Cirri: a scuola seguiamo l’esempio della filastrocca sul libro di lettura dal titolo “Il Gigante carta straccia” e ognuno potrà costruire una maschera di carta stracciata. Il meccano: anche il babbo di Tommaso da piccolo giocava con il meccano e così come Enrico Baj, proviamo anche noi a disegnare: Un unicorno, un extraterrestre e un parco giochi. Partecipazione al laboratorio Gioca Baj al centro per l’arte Otello Cirri: momenti di gioco ed operosità che hanno fatto risaltare la creatività e accantonare lo stereotipo, permettendo ai bambini di cooperare e confrontarsi con modalità diverse; è un avvicinarsi all’arte con il piacere della ricerca, anzi della ricerca-azione, perché riguarda non solo la mente o gli occhi, ma anche le mani e il creare. Questo il brano poetico che i bambini hanno scritto in classe dopo una mattinata al laboratorio e che può fare da titolo al primo grande quadro che insieme a Letteria essi hanno disegnato.