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Da qualche tempo a Pontedera si parla della volontà di realizzare un centro in cui i giovani e i bambini possano fare esperienze sull’arte contemporanea insieme con i suoi artefici.

Dal primo progetto che ho realizzato a Pontedera, l’”Atelier del ritratto”, mi sono accorta di come per un artista lavorare con i bambini possa essere arricchente e stimolante.

Il rapporto artista-bambino è un campo in realtà poco sondato, non esistono testi specifici, ad esempio, che vadano al di là della pedagogia o della psicanalisi. Il fattore creativo dell’infanzia e come questo si sia “conservato” nell’artista adulto, emerge anche quando artisti e bambini lavorano insieme intorno ad uno specifico tema (non un tema casuale, ma un tema-fondamento-archetipo del lavoro dell’artista in questione). A partire da questo, a mio parere, si può veramente entrare nel campo della sperimentazione. Un Centro per le Arti e le giovani generazioni è importante, dunque, non solo per i bambini, ma anche per gli artisti stessi. Penso che si dovrà tenere questo in grande considerazione se si vuole dare un carattere “vivo” al Centro e non configurarlo come un semplice ensemble di laboratori.

In Italia si sono sviluppati, negli ultimi anni, molti luoghi in cui si “gioca con l’arte”, numerosi musei, ad esempio, hanno una sezione dedicata alla didattica dell’arte e gli sviluppi di questi approcci sembrano essere molto positivi.

Dal mio punto di vista comunque c’è il rischio di ripetere gli esperimenti di Munari in maniera manieristica, o offrire ai nostri ragazzi una scatola di giochi da aprire, usare e lasciare li una volta stanchi. Ma l’arte non è un gioco dell’oca (e chi gioca più oggi al gioco dell’oca??), né tantomeno si può pensare che tutti i giovani, se intelligenti, debbano avere necessariamente una particolare vocazione per l’arte. Chiamare gli artisti nelle scuole nasce da una necessità, e non dobbiamo dimenticarci di questo. La necessità forse di offrire stimoli culturali, di invogliare all’espressione del proprio mondo interiore, di approfittare degli strumenti dell’arte per comunicare e socializzare; ma forse è anche l’esigenza di capire meglio la complessità dell’arte contemporanea e dei suoi movimenti.

Bisognerebbe dar vita ad un centro unico nel suo genere, un luogo di incontro e di lavoro tra artisti e giovani senza dimenticare la storia di Pontedera riguardo alla creatività e della ricerca. E mi riferisco essenzialmente all’esperienza di Jerzy Grotowski che non è riconducibile esclusivamente al teatro.

Molti centri in Europa e Asia, per esempio, sono dedicati all’arte o al teatro. Luoghi, alcuni molto originali, in cui l’aspetto del “clima”, del “luogo” di lavoro è particolarmente curato. In base anche a questi esempi bisogna pensare al Centro di Pontedera.

Sarebbe un peccato se si configurasse come l’ennesimo luogo dedicato ai bambini in cui si sviluppano diversi laboratori, in cui ognuno fa le sue piccole cose, seppur interessanti. Dovrebbe avere un ampio respiro, aprirsi alla vera ricerca e essere fonte d’attrazione per gli artisti come per i bambini ed i giovani in un dialogo aperto e leale col contemporaneo. Questo è il nostro augurio.

Letteria Giuffrè Pagano

pesidente Telluris Associati

L’isola e il viaggio. Colloquio con l’artista Letteria Giuffrè Pagano

Giuseppe Lioti: La sua ricerca artistica parte dalla tela come luogo dell’azione interna-esterna, del conflitto, dell’accadimento, della contraddizione e della domanda. Lo spettatore diventa parte attiva, ed è chiamato a completare opera.

Letteria Giuffrè Pagano:Sono nata a Messina nel 1977, ho frequentato l’Accademia di Belle Arti a Firenze dove mi sono diplomata in Pittura nel 2000 con una tesi in estetica sul corpo e la rappresentazione teatrale. Oltre alla pittura che è il mio “primo” linguaggio, quello con cui sono nata e cresciuta e che non ho mai abbandonato, dall’infanzia, il teatro è un altra forma d’arte che in questi anni mi ha interessata e coinvolta, sperimentandola nell’ambiente fiorentino e approfondito soprattutto nel Centro teatrale di Pontedera.

Si è avviata così la conoscenza e l’intervista di Letteria Giuffrè Pagano, artista visivo sperimentale, durante una sua mostra avvenuta a Milazzo, in un luogo diciamo non convenzionale, una libreria caffetteria che si apre al mondo della cultura contemporanea con piccoli ma significativi eventi.

Ho realizzato in questi anni alcune regie teatrali e performance di carattere assolutamente sperimentale con poco budget, pochi attori e anche poco testo, per una espressione teatrale che evochi il dramma (dell’esistenza?) attraverso il colore, la suggestione, l’esperienza vocale e fisica, non la mera rappresentazione di un testo. Però la pittura ripeto è il mio primo linguaggio, sia dal punto di vista cronologico che primo anche nel senso di originario, come atto più personale più arcaico, quello che sento più profondo e complesso. Per me la pittura è legata molto alla musicalità, ai rapporti cromatici, ai rapporti tonali e al segno, ma anche all’azione. Il lavoro sul segno, sulla gestualità e sul passaggio dal corpo alla superficie della tela attraverso il segno, lasciando traccia di se in un determinato modo, è l’aspetto fondamentale della mia ricerca.

Le modalità espressive, cioè il linguaggio, diventano elemento fondamentale di comunicazione nelle varie forme dell’arte, e si evolvono con l’artista.

E’ corretto parlare di linguaggio, perchè l’arte è un modo di comunicare, un sistema, la pittura come tutta l’arte contemporanea ormai è in mano all’artista in tutti i sensi, nel senso che io credo che l’artista crei e disintegri quotidianamente il suo linguaggio e così facendo nell’arco della sua vita , crea e ricrea un linguaggio che cerca di afferrare e che in base alla mia esperienza, spesso sfugge. Sembra inafferrabile…a volte inutile, effimero… Spesso sono la prima a non comprendere i miei lavori o li comprendo solo dopo parecchio tempo averli finiti, ultimati, e comunque mai completamente.

Quanto l’artista può astrarsi dalla sua forma di comunicazione e dalle sue realizzazioni, nel tentativo di capire più a fondo le necessità dello spettatore che si pone di fronte alle opere aspettandosi comunque degli input, delle sensazioni.

E’ vero che la pittura per me è un linguaggio, e l’ho approfondito in tutti questi anni, ma l’opera è effettivamente qualcos’altro da me, come un altro essere che vive in maniera indipendentemente e del quale io non sono soltanto l’artefice ma sono anche spettatore, quindi colei che si mette in definitiva di fronte al dipinto come se non ne fossi stata l’autrice, e quindi, vogliosa di capire e di comunicare con questa superficie, una superficie misteriosa. In effetti per me il senso del mistero e del tragico, non solo perchè sono siciliana, anzi forse soprattutto per questo, è uno se non il tema, il nucleo del mio lavoro quindi è una cosa fondamentale, e la superficie della tela è assunta per me , nella mia poetica , come soglia, come sguardo sul mistero dell’esistenza in tutto quello che ha di comprensibile, di afferrabile, ma soprattutto in quello che ha di inafferrabile e di incomprensibile.

Veniamo adesso alle tematiche trattate in questo percorso artistico interno-esterno, l’isola e il viaggio.

L’isola è intesa non soltanto come massa inerme che sta all’orizzonte, quindi lontano da sé, ma l’isola è intesa anche come corpo, come superficie sensibile fatta di pelle e come corpo interiore, quindi col proprio vissuto e con l’elaborazione della realtà data e percepita. Questo è uno dei temi sui quali sto lavorando soprattutto in questo periodo. Insieme al tema del viaggio, al tema dell’andare errante che trova di tanto in tanto dei varchi, delle aperture su dei mondi che spesso traggono suggestione anche dal mondo delle fiabe, dal mondo onirico che è il mondo interiore e il mondo dei sogni.

Ci parli adesso dei suoi inizi, della sua prima mostra, del momento realizzativo e di confronto con il pubblico, delle sue altre forme espressive.

Ho debuttato ufficialmente a Messina nel 1998 con una mostra dal titolo “Spasmi”, al Palazzo della Provincia, presentata dal professore Antonino Principato con un testo critico di Dario Evola, dove appunto il tema del corpo che per me è un elemento, un tema ricorrente, anzi che sto continuando ad elaborare sul discorso dell’isola, è nato proprio in quegli anni. Poi ho esposto in alcune gallerie a Firenze, realizzato delle mostre in spazi altri diciamo, al di la delle gallerie, ex architetture industriali, in luoghi non convenzionali come in questo caso. Credo che al di là del lavoro in studio che è un lavoro per quanto mi riguarda, assolutamente interiore, solitario e meditativo, il momento di confronto con il pubblico sia estremamente importante perchè è il momento in cui l’opera veramente gioca la sua partita, dove l’opera parla da sé, al di là di quello che il suo artefice voglia dire o non dire. Ho realizzato diversi cortometraggi che hanno partecipato a festival internazionali, spettacoli teatrali con il gruppo di cui sono cofondatrice, che si chiama “ Telluris Associati “, che è nato a Firenze nel 1999 e che è tuttora in attività e ho collaborato con altri artisti per festival teatrali e eventi culturali, da Singapore a Nuova Delhi, comunque in Italia e all’estero.

Giuseppe Lioti

(intervista pubblicata in www.ilcittadinodimessina.it, 7 maggio)

Il sapore del sapere fiabesco

di Corneliu Horia Cicortaş

“C’era una volta…”, così iniziano le fiabe, proiettandoci in un tempo tanto lontano quanto, soprattutto, indefinito. Nella tradizione popolare romena, l’incipit delle fiabe sembra sottolineare ancora di più il carattere a-storico e fantastico delle vicende che stanno per essere narrate: A fost odată ca niciodată, ovvero “C’era una volta come nessuna volta”. A differenza della leggenda, infatti, la fiaba non racconta fatti storici o riconducibili a luoghi geografici specifici. Anche quando parla, ad esempio, del “re della Spagna”, essa non indica questo o quel re spagnolo storicamente esistito, ma un possibile re, che non è meno reale di quelli studiati sui manuali della storia spagnola! Racconto fantastico dunque, di origine popolare, la fiaba si rivolge in genere ai più piccoli; come genere letterario, si distingue dalla favola, la quale è un racconto piuttosto allegorico e moralistico, con personaggi tratti dal mondo animale.

È molto vario il contenuto tematico delle fiabe, ma comune il loro messaggio: il bene trionfa sul male, i “cattivi” vengono puniti e i “buoni” premiati; dunque, le fiabe offrono la promessa di un lieto fine infondendo sentimenti di fiducia e di speranza per il futuro. Del resto, la funzione primaria delle fiabe è una iniziatica, perché preparano ad affrontare e a superare le prove della vita umana. Nate in epoca preistorica, in contesti magici e rituali legati ai riti di passaggio dall’infanzia alla vita autonoma di un “adulto”, le fiabe continuano a conservare tutt’oggi questo ruolo iniziatico per i bambini, nonostante l’allontanamento progressivo della società moderna da quell’universo tradizionale (troppo spesso, in passato, liquidato come “primitivo” o “pre-civilizzato) che le aveva generate, custodite e trasmesse, soprattutto per via orale. È vero, le fiabe circolano da alcuni secoli in forma cartacea, come tanti altri libri stampati, e da alcuni anni in ambienti “virtuali” come internet; eppure, a differenza di altri testi che vengono letti per sé, in silenzio, le fiabe di oggi continuano ad essere narrate a voce, soprattutto ai bambini più piccoli e che non hanno ancora scoperto il piacere della lettura. Così, il carattere orale delle fiabe viene conservato anche in una società come quella contemporanea, culturalmente dominata dai mezzi di comunicazione di massa. Da questo punto di vista, le fiabe rappresentano – al pari di certi mestieri oggi in via d’estinzione, come alcune categorie di artigianato – uno dei filoni della tradizione popolare sopravvissuti alla massificazione e all’omologazione della modernità recente (con cui non solo i paesi dell’Occidente, ma anche altre popolazioni del pianeta stanno facendo i conti).

Le fiabe sono presenti, come i miti, in tutte le tradizioni del pianeta, accompagnando altre produzioni del folclore universale (leggende, ballate, poesie, canti, usi e costumi, proverbi ecc.), con le quali si intrecciano. Il patrimonio fiabesco dell’Europa ci è noto nella sua globalità grazie alle raccolte “nazionali” di fiabe pubblicate negli ultimi due secoli nelle varie lingue europee. Attraverso la traduzione delle raccolte, la diffusione delle fiabe ha varcato non solo i confini nazionali ma anche quelli tra i continenti. In questo modo, la lettura delle fiabe è un’occasione anche per l’uomo contemporaneo di entrare in contatto con quella saggezza popolare, arcaica, tramandata nel folclore. L’organizzazione della società moderna occidentale che ci vede coinvolti tutti sembra però allontanarci sempre di più da quel patrimonio folclorico posseduto dai nostri antenati pre-industriali. In particolare, l’industrializzazione e l’urbanizzazione dell’Europa occidentale, dalla Rivoluzione francese in poi, ha messo a dura prova le tradizioni popolari, che sono sopravissute per lo più negli ambienti rurali e contadini.

Nella cultura dell’Europa orientale, invece, il folclore ha continuato ad avere un peso notevole fino ai nostri giorni, per diverse ragioni. Innanzitutto, l’industrializzazione e la modernizzazione sono iniziate qui in ritardo di alcuni secoli rispetto al resto dell’Europa. Fondamentalmente, il Medio Evo si è protratto sia in Russia che nei Balcani fino all’inizio dell’Ottocento; un Medio Evo lunghissimo, contraddistinto dalle frequenti incursioni dei popoli asiatici (tartari, mongoli) e dalla lotta quasi permanente dei popoli cristiani dell’est contro i turchi ottomani, in seguito alla caduta di Costantinopoli. A differenza dell’Europa occidentale – cattolica e protestante – l’Europa orientale aveva ereditato dall’impero bizantino il cristianesimo ortodosso, meno “storico” del cristianesimo occidentale e legato di più alle realtà tradizionali e popolari (comprese quelle “pagane”). Inoltre, la vicinanza geografica dei popoli medio-orientali (arabi, persiani ecc.) ha fatto sì che il folclore dell’Europa orientale costituisse un ponte culturale, una mediazione tra l’Occidente e l’Asia. Così, le fiabe e le favole, i racconti mitici e le epopee storiche, i canti e i rituali hanno rappresentato per secoli non solo una consolazione e un rifugio davanti alle vicende storiche sfavorevoli, ma anche un patrimonio culturale e spirituale fondamentale per l’identità e per l’esistenza storica dei popoli europei.

Per queste ragioni, occorre forse tener presente anche questo patrimonio popolare quando si parla delle “radici culturali dell’Europa”. Naturalmente, queste radici affondano nell’eredità culturale greco-latina e in quella ebraico-cristiana, che hanno preceduto e anticipato i principi illuministici, democratici e liberali cui si ispira la costruzione politica di un’Europa unita. Tuttavia, non possiamo commettere l’errore di confondere l’articolazione politica di un soggetto europeo (che avviene a tavolino), con la cultura europea in generale, che trascende non solo i confini dell’Unione Europea, ma anche quelli dei suoi tre filoni “ufficiali” (classico, cristiano e illuministico). Vi è un’antica tradizione popolare, locale, tellurica, che è fonte di conoscenza e di sapienza. La sapienza, come il sapere, hanno la stessa radice della parola “sapore”. E le fiabe, come il folclore in generale, sono “uno strumento di conoscenza” (per usare un’espressione di Mircea Eliade) nella misura in cui ci fanno “assaporare” le possibilità dell’essere umano di comprendere e di superare la propria condizione esistenziale.

(In “Intanto t’incanto”, quaderno sul Laboratorio sulla fiaba, in occasione della Festa della Toscana 2005).

Proemio

di Francis Tiso

Camminando nella campagna che circonda il piccolo borgo di Colle Croce, ad Isernia, cercavo un po’ di argilla da mescolare con la matrice di liquido acrilico per fare colori per dipingere. Ho trovato in abbondanza della creta grigia. Proseguendo la passeggiata tra le rocce che definiscono il paesaggio del Macerone molisano, ho trovato anche dell’ossido di ferro (rosso), dell’ocra scura e un grigio verde tra le terre boscose e quelle coltivate. Tornato al mio studio, ho iniziato un quadro utilizzando questi colori, un paesaggio dipinto con i colori della sua terra stessa. Le forme paesaggistiche hanno una certa libertà, ma i colori sono più che mai sinceri. Si sa che l’arte non è solo rappresentazione. Il paradosso dell’arte si verifica in quello “spazio” dello spirito umano mescolato con la “polvere” dei colori e con la matrice liquida che funge da “colla” sulla superficie della tela; paradosso, perché né lo spirito né i materiali dominano le forme che si manifestano sulla tela: c’è un “qualcosa” in più, qualcosa che viene incontro alla percezione estetica e che non è programmabile, non dipendendo dal colore, dalla forma o dalla mano del pittore. Si riconosce quando un quadro ha qualcosa di insolito, una scintilla di rivelazione, di magia. Forse questo “qualcosa” si apre all’infinito del titolo del libro di Letteria Giuffrè Pagano.

Ci sono giorni in cui mi alzo col pensiero di mettere affianco, l’uno accanto all’altro, due colori su un pezzo di carta bianca. È un desiderio semplice ma forte, che sorge nella mia immaginazione, là dove non vedo perfettamente la coincidenza dei due colori; vorrei assolutamente vederli insieme, davanti ai miei occhi. Si tratta di un desiderio talmente forte che nessuna volontà sulla terra lo può ostacolare. Possiamo dire che questo desiderio sia un flusso divino che anela a “creare” un insieme di forme e di colori che non si erano ancora manifestati in quel modo? Un movimento divino che vuole rinnovare il mondo, almeno sul piccolo foglio di carta, ora, oggi, in questo momento, anche prima della colazione?

D’estate, nei campi di grano, ai margini dei tratturi, mi sdraio sotto l’ombra di un faggio e contemplo lo scintillio dei colori che balzano tra le spighe e le erbe, quel sorgere del mondo botanico mediterraneo verso il cielo azzurro. I colori sorgono come il corpo che, sepolto nella terra, sorgerà al suono della tromba dell’angelo nell’Ultimo Giorno; il suono della tromba corrisponde forse alla forza che trae vita e colore dalla creta della terra, come quelle crete in cui ho trovato i quattro colori della mia paletta di acrilici. I colori annunciano la risurrezione, svelano la natura primordiale delle cose, risuonano come le parole sonore dell’Apocalisse, l’ultima Parola della Bibbia. Il grande gesuita paleontologo Teilhard de Chardin diceva: “Tutto ciò che sorge converge”. Così anche la creta che “sorge” sulla tela o sulla carta richiama ogni altra creazione, ogni altro impulso verso il Bello, il Buono, il Vero. Anche un mio scarabocchio può far ricordare l’Ultimo Giudizio di Torcello, della Cappella degli Scrovegni, della Cappella Sistina o quello del Signorelli a Orvieto!

Non molto lontano dalla creta di Colle Croce c’è il villaggio di Breccelle, un’altra piccola frazione del territorio isernino. Per dieci anni ho avuto l’incarico di cappellano di Breccelle e, ogni estate, il programma del catechismo del sabato pomeriggio si tramutava in una ricerca artistica e scientifica: il microscopio, il meccano, gli acquerelli, la falegnameria, la calligrafia, la chimica, le calamite, i motori elettrici… un’arnia di fantasia e di scoperte che rimangono per una vita, sia nel cuore dei ragazzi che nella memoria del “professore” – me lo dicono loro per e-mail, a distanza di quindici anni.

In quei pomeriggi estivi stavamo ricreando l’anima umana attraverso l’avventura estatica della scoperta, dal suo sorgere e convergere, in questa follia di esplorazione senza i “criteri” che forse prevalgono in banca, in qualche museo, nelle riviste di “buon gusto” o nelle scuole. Quando ho davanti gli esercizi artistici e contemplativi della Giuffrè e del suo ispiratore, Enrico Baj, mi sento di nuovo tra i ragazzi di Breccelle, assorbiti in uno yoga di creatività, dove lo spirito soffia sulla materia, strofina la carta con il pennello bagnato e i colori esplodono, facendo rinascere l’ universo sotto la mano di un bambino: come fece il soffio divino affinché l’Adamo di creta diventasse l’Adamo spirito vivente.

Nella teologia del popolo santo di Dio, il dono dello Spirito Santo è concesso a tutti nel battesimo e nella cresima: l’afflato divino è quella dimensione che plasma l’uomo per tutta la vita; l’atto artistico, in cui mente occhio e mano collaborano, è una partecipazione nella vita di Dio, la creazione “continua”, un tripudio mistico, un matrimonio eterno – dinamico e crudele e trascendente. Sì, infinito. Trascende il tempo e, nel suo dinamismo danzante, supera la staticità dell’empireo neoplatonico, per rinnovare anche nei nostri tempi questo continente, anzi questo pianeta stanco, vecchio, sfinito. Anche il gioco, con le sue regole di rischio, di confine, della concorrenza amichevole e della delizia della vittoria, entra nella danza trinitaria coinvolgendo l’amato spirito umano, lo spirito del fanciullo che, mentre cresce, (crescendo santo!) non dimentica mai di restare bambino… per non perdere la sua saggia umanità!

Quindi, quel che è sacro nell’arte consiste nella relazionalità, nel “dialogo” dell’atto creativo, evidenziato anche nel dolore, nel fallimento, nel non-comunicare la propria visione, nell’abbandono del progetto personale a favore di qualcun altro… Le “isole” della Giuffrè Pagano suggeriscono sia i limiti del gioco sia il lavoro solitario dell’artista, che cerca la fonte della creatività fino al momento in cui viene scoperto dall’afflato dell’ispirazione, dalla chiamata del vuoto e del buio: così viene alla luce, alla danza. E procede, temendo di mancare quel sospiro rinfrescante del muoversi nello yoga del ballo, perché intuisce (anche da bambino) che la vita è breve.

L’arte – diga di fronte allo tsunami della morte.

L’Apocalisse può anche riferirsi alla redenzione di un’anima sola – si tratta sempre degli stessi mostri, angeli, trombe, piaghe e pestilenze, strilli e urli, della Donna rivestita di Sole, della Città Eletta che scende dal cielo, e così via. Per questo motivo non è affatto strano che i bambini si esprimano con i fantasmi, con le immagini dell’Apocalisse, dei draghi, dei dinosauri, dei demoni, delle gerarchie angeliche. Sanno che vi è quel confine tra luce e tenebre, tra tempo conosciuto e l’eterno sconosciuto, tra il troppo quotidiano e lo “Straniero” per eccellenza. E l’arte ha bisogno di confini, di sfumature, di chiaroscuri; altrimenti, che arte è? Le immagini dei bambini e dei loro genitori (quelli coraggiosi, che hanno rischiato di partecipare a questi laboratori) formano un ritornello cromatico alla grande tradizione dell’arte sacra. Le loro creazioni costituiscono una risposta antifonale alle voci dei grandi; come al basso dell’organo risponde un suono di flauto dolce o di tromba… un suono che personalizza, che rende immaginabile una partecipazione nel dramma cosmico. Oltre alla paura del “Dies Irae” (cor contritum quasi cinis…) c’è la narrativa dell’anima del bambino – né del tutto pura né del tutto semplice – che intuisce qualcosa dell’ironia di tutto questo dramma. Altrimenti, che scugnizzo è?

All’Eremo dei santi Cosma e Damiano a Isernia, durante il periodo festivo, alcune donne e bambini passano la veglia notturna pregando, cantando, giocando e narrando racconti e fiabe nella chiesa ormai abbandonata dalla folla dei pellegrini e dal clero. Talvolta, queste narrative traggono l’ispirazione dagli affreschi sulla vita, il martirio e i miracoli dei due santi medici dipinti sulle pareti della chiesa. Ma in genere gli spunti non sono quelli immaginati dal grande storico can. Vincenzo Ciarlante, che aveva creato nel 1639 il programma iconografico degli affreschi. La narrativa di quegli affreschi ha poco a che fare con l’agiografia. Sono invece le figure strane e marginali, gli animali, i mostri, i demoni e i pagani, che sorgono a vita in queste narrazioni e fiabe inventate dal popolo notturno. Talvolta subentra anche un po’ di patologia: ad esempio, qualcuno è salito su una scala per grattare gli occhi e le ginocchia dei preti pagani e dei demoni raffigurati negli affreschi… Il contrappunto popolare può anche far tremare.

La partecipazione, la narrativa del popolo e dei bambini, il contrappunto tra grande cultura e cultura di villaggio, deve aprire la porta dell’immaginazione alla crescita, all’autoconoscenza, alla fiducia, all’intuito, al senso di comunità che impara a superare (o almeno a dialogare con) gli ostacoli della vita, in una dinamica di morte e di risurrezione: mistero pasquale, sacramento, quel cristianesimo che parla silenziosamente anche oggi, in tempi di indifferenza.

Come progetto comunitario, la creazione di nuovi insiemi di immagini apre il bambino ai rapporti sociali in cui l’arte non emerge come fenomeno nevrotico o di alienazione filosofica dell’individuo, ma come espressione di cultura vivente comunitaria. In questa prospettiva, l’esercizio artistico della Giuffrè Pagano rappresenta una rinascita del vero senso di cultura in quanto progetto comunitario di consapevolezza collettiva, quell’amore che paradossalmente fa distinguere mentre ci unisce… Ci conosciamo a vicenda a partire da quel che creiamo, anche se (e proprio perché) la mano dell’infinito invade il movimento del pennello.

(Testo introduttivo al volume “Dalla polvere all’infinito: omaggio a Enrico Baj” di Letteria Giuffrè Pagano, Morgana edizioni, 2007)

Qualcosa sulla pittura


di Letteria Giuffrè Pagano


“Non dipingere il visibile, rendere visibile” (Paul Klee)

Non mi chiedo mai “Oggi cosa voglio dipingere?…” Inizio un quadro sporcando la tela con delle macchie di colore, con segni irrazionali. Ho paura e desiderio, è come fare un tuffo in un piccolo mare che ha il colore degli abissi. Che è poi un mare infinito. Improvvisamente un segno mi suggerisce qualcosa, una logica, attraverso la quale posso costruire o piuttosto rendere visibile l’immagine che spinge da dentro e che solo in quel momento intuisco che ci sia, dormiente, da qualche parte. Quest’ immagine, che a volte è solo una forma, è già significante. A tratti compare, poi scompare per riapparire un po’ cambiata: nuova ed insieme tremendamente antica, per me. In seguito può succedere che scopro dell’altro. Accade qualcosa. Allora lascio che il dipinto parli da sé: non cerco di attribuire un significato, ma lo ascolto, lo osservo; a volte parliamo, e per magia scopro che cos’è, chi è, che cosa ha da dire. Quando avviene questo provo qualcosa che è molto simile allo stupore. Ciò è meraviglioso, magico… la magia esiste, chiedetelo ai bambini. C’è un momento in cui l’opera parla da sè, e bisogna stare ad ascoltare. Capire quando un tale momento arriva non è cosa facile ma è essenziale perché è allora che l’opera si impone e prende vita propria, nel medesimo istante però essa è anche molto fragile e l’artista può ucciderla se non riesce a farsi da parte e imparare. Quel che a me interessa è il punto del rovesciamento, la parte più stretta della clessidra, il guanto sfilato al contrario, il momento della trasformazione, quando l’esperienza dal personale si proietta in qualcosa di più vasto. Il quadro è finzione, menzogna… ma può questa menzogna divenire portatrice di verità?Portare alle sue estreme conseguenze l’atto pittorico significa ritrovarne i fondamenti, il punto più lontano verso cui procediamo è il luogo da cui tutto ha avuto inizio. Ho deciso di proporre ai bambini un percorso attraverso la pittura partendo dalla mia esperienza, cercando di eliminare l’aspetto più personale e lavorando nel modo più oggettivo possibile, per vivere un’esperienza, per verificare il mio processo di lavoro e per stupirmi delle potenzialità artistiche e creative del bambino-uomo.

L’atelier del ritratto: una tela bianca. Dei colori. Un bambino. Che cosa può succedere?Ogni territorio di domanda è ricco di sorprese, ogni scoperta è una festa, ogni atto creativo è riflesso lontano della Prima creazione.

L’obiettivo dell’Atelier del ritratto è stato quello di portare il bambino ad esprimere la propria spontanea ed innata tendenza a lasciare segno di sé e di guidare il bambino verso la realizzazione del proprio autoritratto su tela, frutto di un lavoro sull’immaginazione e nel contempo sull’osservazione del reale e del proprio vissuto. Lasciare segno e riconoscersi in esso è già un’operazione ricca di senso, ma i bambini fanno molto di più: compiono operazioni di percezione visiva incredibilmente complesse. Guardare, osservare, agire, giocando secondo le modalità dell’artista, permette al bambino di accrescere le strategie del pensiero creativo e quindi di prendere sicurezza della propria capacità di assimilazione, percezione e trasformazione della realtà. Se succede che un dipinto ha un impatto forte sul sistema nervoso dello spettatore è forse perché fa emergere sensazioni irrazionali o ignote. Forse è perché ri-conosciamo qualcosa o ci ri-conosciamo in qualcosa. Comunque attira la nostra attenzione. A me è successo con alcuni dipinti di questi bambini. Che relazione c’è allora tra l’artista e il bambino?Il processo percettivo e di trasformazione che si sfoga sulla tela è solo artificiale, frutto della tecnica o del caso, della cultura e del tempo, finalizzato ad un risultato più o meno compreso o accettato dal sistema sociale, oppure risponde anche a qualcosa di innato nell’uomo che da sempre non ha fatto altro che trasformare, distruggere, creare? Attorno ad un tema collettivo, ogni bimbo è stato guidato a sviluppare una propria modalità d’espressione, un proprio segno, tant’è vero che in ogni dipinto è molto differente dall’altro. Un laboratorio in cui i bambini hanno giocato a trasformarsi in veri pittori… una bell’avventura!

(in “Un disegno tutto mio” a cura di Sonia Forsi, 2003, Morgana edizioni)

La maestra “buona” e il foglio grande per dipingere

di Letteria Giuffrè Pagano

L’artista è colui che non vede il mondo come qualcosa di già concluso, è colui che fruga nel profondo della vita sotterranea e s’immerge nel divenire stesso delle cose, nella genesi di mondi possibili. Rivisita i luoghi dell’immaginario e porta in superficie, nel mondo del visibile, i movimenti stessi della vita. Quella “sublime inutilità”, come amo definire, di dipingere un quadro è per me un momento di evoluzione e di libertà, un processo vivo e pieno di contraddizioni in cui il conosciuto entra in contatto con ciò che non è comprensibile razionalmente: è qui che tecnica, tradizione e condizionamenti culturali tentano di lasciare al caso la nascita di forme nuove. Lavorare con i bambini è una buona occasione per eludere tutto ciò prima che diventi coscienza rigida e per immergermi in quella concretezza alla quale essi ti costringono.

Avevo cinque anni e frequentavo una scuola dell’infanzia vicino casa. Nella mia classe c’erano due maestre. Una era la “maestra buona”, l’altra “la maestra cattiva“. Ricordo perfettamente che a cinque anni disegnavo spesso, e proprio a quell’età ho guardato per la prima volta la mia mano con l’intenzione di disegnarne esattamente la forma con l’altra. Questo avveniva alla suola dell’infanzia, specialmente dopo il pranzo, un‘ora per me propizia per quel genere di cose. Ma per disegnare avevo bisogno del foglio. Quand’era di turno la “maestra buona” alla mia richiesta ricevevo un bel foglio grande, ma se era la maestra cattiva al di là della cattedra, il foglio veniva piegato in due e lacerato proprio nel mezzo, dove vi era il cuore, ed io ricevevo una delle due parti, ma ai miei occhi quel brandello, quella reliquia, era inutilizzabile. Il disegnare su quel foglio ferito, le cui dimensioni peraltro erano diventate insufficienti, diventava così una sorta di punizione e costrizione, a cui si aggiungeva il fatto che al quel punto era implicito dover fare un “bel” disegno, che giustificasse lo spreco di carta, magari da appendere sul muro della classe. Con questo non voglio esortare gli insegnanti a far scempio delle risorse scolastiche pur di non negare fogli grandi e belli ai bambini o a riportare alla nudità le pareti della scuola, il discorso è ben diverso.

Quando ho incontrato per la prima volta di bambini di Pontedera, nel 2003, tenevo a mente l’immagine delle due maestre. Nella Scuola dell’Infanzia Gandhi ho lavorato per alcuni mesi con il gruppo di quattro anni, volevo farli dipingere su delle tele, fissate su telai di legno, come fanno i grandi, ognuno ne doveva avere una di forma quadrata dove dipingere il proprio ritratto (altro che foglio diviso a metà!). La cosa fondamentale era mantenere la splendida diversità di ognuno, non influenzare ma guidare il processo di realizzazione, non costringere ma invitare ed interessare il bambino, in quel caso l’approvazione del lavoro da parte degli insegnanti ha reso i bambini felici e sicuri. Il percorso artistico si è innestato in quello didattico, e dal vissuto emozionale e percettivo dei bambini sono emerse forme, segni, significati, colori che andavano a costituire l’immagine del sé, quel sé in continuo mutamento ma che è riuscito a farsi strada e a lasciare l’impronta su una tela. Nel vedere dipingere i bambini ho capito come il lavoro per un artista è giocato da una parte nel suo compiersi, dall’altra nel suo assorbire la realtà e filtrarla dalla responsabilità e dal processo intuitivo ed intellettivo. Ho provato a condurre i piccoli nel mondo dell’arte, quello fatto di percezione, e poi sono rimasta a guardare quel gioco di equilibrata e necessaria solitudine. Ognuno ha avuto un modo differente di tenere il pennello, di usare i colori, di mescolarli. Ognuno ha avuto tempi diversi, attenzioni diverse, storie diverse da raccontare. I bambini hanno disegnato i loro sogni notturni, esortati a ritrovare col colore le stesse suggestioni ed atmosfere, poi scarabocchi liberi, il ritratto dal vero della maestra ed il ritratto di sé, ora guardando la propria immagine davanti allo specchio, ora attraverso il ricordo. Hanno usato varie tecniche e si sono divertiti a creare sfumature diverse da quelle offerte dalle case di colori. Credo che un lavoro del genere abbia grandi potenzialità, per i bambini, per gli insegnanti e per gli artisti.

Gli alberi d’ulivo e il mondo delle formiche, le foglie mai una uguale all’altra, il funerale del gatto nero celebrato attraverso un lungo e silente disegno. L’ambiente nel quale si cresce è determinante, gli stimoli o gli impedimenti segnano inevitabilmente il percorso delicato della crescita. E inoltre l’individuo, nei primi venti o trenta anni della sua esistenza, dovrebbe scegliere, descrivendone la traiettoria, il suo posto nel mondo, il suo ruolo nella collettività. E quanto più quest’ultimo e affine alle tendenze e alle inclinazioni personali, tanto più l’individuo sarà libero.

Il soddisfacimento dei bisogni fisici è di fatto la precondizione indispensabile per una buona esistenza, ma ciò di per sé non è abbastanza. Per essere contenti gli uomini dovrebbero avere la possibilità di sviluppare liberamente le proprie facoltà intellettuali e artistiche, nella misura consentita dalle particolari caratteristiche e abilità di ciascuno. (Albert Einstein, 1940)

L’esperienza di Pontedera mi fa ben sperare.

(pubblicato in: Fare formazione, 2, 2004, ed. Del Cerro, pp. 20-25)

Un’altra voce

di Joey Vanacore

L’archetipico foglio di carta bianco, è quello che sembra sempre vuoto. Il dualismo che vede il pieno (bene) contrapposto al vuoto (male) si conferma nell’ansia di imporre una forma al vuoto. Dare una forma al vuoto in quanto tale, non crea un’opera, ma una giustificazione. In una prospettiva diversa, tutta al contrario, ogni cosa racconta. Nella filigrana di un qualsiasi pezzo di carta è nascosta una storia. Questa è si persa nel vuoto, ma non per questo inesistente. L’immacolato foglio di carta è pieno di tracce, e da queste nasce una ricerca. L’epilogo di questa avventura da alcuni è chiamato romanzo, da altri quadro, da altri ancora incontro.

Qualsiasi cosa può essere vuota, così come qualsiasi cosa può essere un foglio di carta bianco.

La fiaba è un possibile foglio di carta bianco. Nonostante possa apparire come un’opera compiuta con in suoi presupposti puntualmente risolti in una logica di concetto, la fiaba non ha conclusioni perché non ha niente da dimostrare. La fiaba tramanda l’esperienza di coloro che ci hanno preceduto portandoci un sapere. Somiglia ad un diario in cui un autore millenario ha scritto i suoi segreti.

Attraverso figure speculari a quella dell’uomo la fiaba racconta situazioni proprie di tutte le vite, anticipandole al fanciullo. In una prospettiva come questa la fiaba si mostra come uno strumento di conoscenza, che non impone una morale ma la suggerisce accompagnando il suo fruitore nella realizzazione di un’etica sua propria.

Il bambino, se non imita l’adulto, non dubita della veridicità della fiaba, ma ad essa crede, come crede alla possibilità dell’impossibile. Poter credere e vedere tutto, come in un gioco, è la forza del fanciullo e ciò che cerco di riafferrare.

In un laboratorio con l’infanzia non è sempre facile riuscire a distinguere colui che riceve da colui che da. Nel mio lavoro tutto ha il suo principio in una proposta.

Il coro di voci che ne nasce in risposta è diretto dallo strumento a me più vicino: il movimento, sia esso del corpo o delle matite. Stimolare l’attività creativa attraverso una pedagogia teatrale, o le suggestioni di un racconto è il mio scopo. La creatività é un bene proprio a tutti gli uomini, il quale però ha da essere continuamente nutrito ed allenato. Nella misura in cui io provoco la creatività altrui provoco anche la mia. Non so riconoscere colui che riceve da colui che da, ma so che qualcosa accade.

(In “Intanto t’incanto”, quaderno sul Laboratorio sulla fiaba, in occasione della Festa della Toscana 2005).